Persone

Nuovi bisogni e nuove chance dopo la crisi

23 giugno 2021

La pandemia ha obbligato molte imprese a riorganizzarsi e cambiare per adattarsi a nuove necessità. Ne abbiamo parlato con due consulenti aziendali. Katia Boscheri, di Tangram e Harald Egger, di Complete.

Come si sono comportate le aziende durante la pandemia? Quali sono state le maggiori difficoltà e i cambiamenti che hanno dovuto affrontare? Quali gli ostacoli che hanno reso questi cambiamenti sfidanti? Ne abbiamo parlato con due consulenti aziendali. Katia Boscheri, di Tangram e Harald Egger, di Complete.

Harald Egger (Complete)

Katia Boscheri (Tangram)

 

 

 

 

 

 

 

La pandemia ha richiesto alle imprese un rapido adattamento alla nuova situazione. Cosa avete osservato?

Soprattutto nella prima fase della pandemia, molte aziende si sono organizzate internamente cercando di gestire “in casa” i cambiamenti nei processi gestionali e nelle modalità di lavoro, ipotizzando un’emergenza limitata nel tempo. Dal punto di vista tecnologico, ad  esempio, molte imprese si sono dotate rapidamente di pc portatili per i dipendenti e di soluzioni  cloud. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, le imprese hanno preso consapevolezza che i provvedimenti attuati in modo non strutturato, portano con sé delle problematicità. Pensare allo smart working unicamente come una questione tecnologica, ha fatto sì che si trascurassero le esigenze delle persone, vero motore delle imprese. Si è cercato di rispondere con tempestività per sanare l’emergenza, senza però avere una visione a lungo temine e una strategia per il futuro.

Perché è successo?

Nessuno sapeva a cosa andassimo incontro, si pensava fosse qualcosa di estremamente passeggero, poi i mesi sono passati e ci si è resi conto che nonostante il “momento di fuoco” della pandemia potesse essere circoscritto, questa crisi avrebbe cambiato le nostre abitudini a lungo termine lasciando un segno nel nostro modo di vivere e lavorare.

Quali sono i bisogni emersi dalle imprese in quest’ultimo anno?

Come detto sopra, dopo 9 mesi di pandemia, le aziende mostravano altri bisogni. In un sondaggio realizzato a dicembre 2020 in cui chiedevamo ai nostri clienti e prospect di cosa avesse bisogno la loro azienda il 32% ha risposto “maggiore leadership”, il 22% una migliore “struttura organizzativa”, il 32% un “nuovo modello di business” e il resto “maggiore digitalizzazione”.

Quale è la necessità più importante delle imprese emersa dalla pandemia?

Le imprese, come anche le persone, non possono pensare di continuare a fare ciò che facevano prima della crisi. E’ emersa chiaramente la necessità di cambiamento ed evoluzione delle organizzazioni. Alcune aziende hanno già sperimentato l’inefficacia delle vecchie soluzioni a favore di nuovi approcci: ad es. facendo azioni di marketing sul web è emersa chiaramente la difficoltà di attrarre i clienti, sottoposti a moltissime suggestioni; le aziende ora devono dare, ad es. contenuti, prima di ricevere. Devono quindi imparare a utilizzare nuovi modi di approcciarsi con i clienti per adattarsi ad una realtà in continua evoluzione.

Secondo la vostra esperienza quotidiana con le imprese a quale valore notate che viene data più importanza all’interno delle organizzazioni?

Incontrando imprenditori e manager, spesso emerge come causa ostativa al raggiungimento degli obiettivi la mancanza di fiducia. Dopo l’iniziale entusiasmo verso lo smart working, molte aziende ritengono che i dipendenti non possano rendere bene quando non sono controllati a vista… da qui il crescente successo commerciale di applicativi di monitoraggio. La relazione di fiducia, sia a livello orizzontale- fra colleghi- che verticale, consente un più veloce raggiungimento degli obiettivi e diminuisce i costi di realizzazione. Le aziende più illuminate realizzano che la fiducia è sempre di più un asset strategico, permettendo il raggiungimento di buoni risultati sia realizzativi che economici; stanno costruendo quindi dei percorsi per diffondere il valore della fiducia.

A che livello è la digitalizzazione nelle imprese?

Più della metà delle imprese, un 55%, ha un approccio reattivo alla digitalizzazione. Questo significa che le imprese cercano di adattarsi ai cambiamenti richiesti dalla digitalizzazione proprio quando non possono farne a meno. Poi c’è un 34% di imprese che invece ha un alto livello di digitalizzazione sia in termini di tecnologie che di capitale umano formato al loro utilizzo. Infine, c’è un 11% che ha avviato la trasformazione digitale.

Perché il passaggio al digitale è difficile?

Perché implica soprattutto un cambio di atteggiamento culturale. Cambiare la propria routine e il proprio modo di fare le cose non è facile. Bisogna mettersi in gioco ed essere pronti a sbagliare. E’ fondamentale che all’interno delle aziende il processo di digitalizzazione sia vissuto come un fattore strategico per il proprio sviluppo, superando la logica che vede tale processo come un obbligo o un’incombenza, invece che un’opportunità.

Perché le imprese hanno paura del cambiamento?

Generalmente la prima reazione al cambiamento è caratterizzata dalla resistenza. Ma poiché la crescita va di pari passo all’evoluzione, diventa necessario per le aziende essere in grado di cambiare, per adeguarsi a ciò che il mercato richiede, aumentando la propria efficienza e produttività. Ovviamente cambiare significa impegnarsi, aprirsi a nuovi scenari, fare uno sforzo a tutti i livelli aziendali. Le organizzazioni sono fatte di persone con le loro barriere che si sommano le une sulle altre. Ancora una volta il problema è culturale più che economico.

A quali strategie di gestione aziendale dovrebbero interessarsi le imprese in questo periodo?

A quelle di risk management e business continuity. Le imprese che meglio hanno reagito ai cambiamenti legati alla pandemia sono state quelle che avevano già previsto o pensato a modi alternativi di lavorare e hanno potuto mettere in pratica queste strategie adattandole al bisogno. Pensare a come si può reagire a una futura crisi, anche di altro tipo, potrebbe essere una mossa strategica per le imprese. Questo permetterebbe di prevedere o mitigare i rischi, anche se, come in questo caso non si può prevedere quale sarà la natura esatta della crisi. È necessario però avere una visione a lungo termine e una conoscenza economica forte.

Quali saranno i problemi che un’impresa dovrà affrontare una volta e se la situazione che viviamo attualmente sarà superata?

Tutto cambierà in base a questa crisi. Ogni imprenditore si troverà a confrontarsi con temi quali : cosa cambierà nel mio business? Come cambieranno le logiche di produzione? Come cambierà la mia struttura aziendale e i miei modi di comunicare all’interno dell’azienda? La mia struttura è adeguata? E reagire di conseguenza.

Cosa hanno imparato le aziende da questa crisi e cosa devono imparare?

Per capire cosa abbiamo imparato è presto. Lo vedremo da come ci comporteremo da adesso in poi. Molte imprese hanno deciso di investire in cultura aziendale. Non solo adottare una nuova tecnologia, ma far crescere il proprio capitale umano. Avere la tecnologia giusta è importante, ma lo è soprattutto puntare e investire sulle persone.